16 febbraio 2018

I nostri consigli

Sebastian Vaca, un giovane artista di belle speranze, si ritrova una sera a un ricevimento nel quartiere più elegante di Città del Messico. All'improvviso vede uno degli ospiti, un pittore soprannominato l'Utopista, salire in piedi sulla balaustra della terrazza e cadere di sotto. Mentre i paramedici portano via il cadavere, Sebastian conosce colui che diventerà il suo mecenate: Aristoteles Brumell. Aristoteles è un uomo elegante, raffinato e ricchissimo, grazie a un cospicuo patrimonio lasciatogli dal nonno. Dal suo illustre antenato non ha ereditato però solo i soldi e la passione per l'arte, ma anche i vizi e soprattutto l'abilità di fare degli altri delle pedine che dispone, a suo piacimento, in una sorta di gioco machiavellico. Inizia così, in un crescendo di humor nero e situazioni surreali, la cronaca della caduta di Sebastian il quale, senza rendersene conto, si trasforma nell'opera d'arte del suo cinico mecenate. "La morte di un artista" mostra la decadenza dell'uomo in una società elitaria e senza scrupoli abituata a imporre il suo punto di vista e i suoi capricci.
Alvaro Enrigue, La morte di un artista, La Nuova Frontiera 2018

Nella primavera del 1993, Thomas Harding andò a Berlino insieme alla nonna per visitare una piccola casa in riva al lago. Era un "luogo del cuore", diceva la nonna, un santuario che lei era stata costretta ad abbandonare quando i nazisti erano andati al potere. Vent'anni dopo Thomas ritornò a Berlino: trovò la casa vuota, desolata, pronta per essere demolita. Una vera e propria ferita scavava il prato, impronta lasciata dal Muro di Berlino che per tre decenni aveva attraversato il giardino. Disseminate ovunque, vi erano le tracce degli abitanti che avevano affettuosamente abitato quelle stanze. Thomas Harding ha deciso di raccontare della piccola casa di legno - amata e curata, luogo di vacanza e meditazione, svaghi e gite in barca - che è anche la storia di due guerre mondiali, di una ricca e rispettata famiglia ebrea, di un famoso compositore nazista, di una vedova e dei suoi figli, di una spia della Stasi e di tanti altri frammenti dimenticati che compongono il grande affresco del XX secolo. Un libro intimista e di ampio respiro, una testimonianza che, attraverso la trama degli affetti e della memoria, rende la Storia più viva che mai.
Thomas Harding, La casa sul lago, Ponte alle Grazie 2018

Luglio, 1996: la cittadina di Talcott, in West Virginia, organizza un festival folkloristico dedicato a John Henry, leggendario spaccapietre nero celebre per aver sfidato e battuto, alla fine dell'Ottocento, una delle prime trivelle a vapore. A Talcott convergono i destini di un giovane e cinico giornalista nero freelance e dei suoi colleghi «sbafisti», della figlia di un collezionista monomaniaco, di due professionisti della comunicazione e di una coppia di albergatori locali, di un gregge di turisti e di un uomo con una pistola... Secondo romanzo di Colson Whitehead, "John Henry Festival" è un tour de force che unisce i primi cantieri ferroviari degli Stati Uniti e le isteriche redazioni delle riviste newyorkesi all'avvento di internet, le origini del blues e i concerti degli Stones, le surreali degenerazioni della cultura pop e l'orgoglio razziale. Una riflessione sulla storia americana e sui media contemporanei.
Colson Whitehead, John Henry Festival, SUR 2018

Nella periferia degradata dell'ex Urss tutto sta cambiando. Alcuni criminali accettano il traffico di droga, altri restano all'angolo. C'è chi viene a patti con la polizia e chi si rifiuta e si rifiuterà sempre di farlo. È in atto una guerra interna fra vecchie e giovani leve, che ha frammentato la criminalità organizzata. E in questa spaccatura si fanno strada con ferocia le nuove bande. I Ladruncoli, la sezione giovanile della casta Seme nero, i Fratellini, appassionati di sport da combattimento, i Punk, anarcoidi e spesso ubriachi o drogati, i Metallari, i piú temprati già ai tempi dell'Urss, le Teste d'Acciaio, di chiara impronta nazifascista. Ciascuna banda ha un modo differente di tatuarsi. Il tatuaggio è un collante sociale, segna l'appartenenza, ma è anche uno strumento di comunicazione, in certi casi addirittura un linguaggio. A patto di non infrangere il tabú: mai chiedere a un criminale cosa significa il disegno che ha addosso. I tatuaggi riprodotti in questo libro sono una chiave per entrare in un mondo. Perché ogni fuorilegge sulla pelle porta una firma, che è l'espressione dei suoi sogni e della sua storia, e insieme un'ammissione di paura. L'unica confessione che farà mai dei suoi peccati. Forse persino l'ultimo disperato tentativo di strappare la propria anima dalle zanne del demonio...
Nicolai Lilin, Il marchio ribelle, Einaudi 2018

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