8 dicembre 2017

I nostri consigli

Siamo in una versione alternativa e distopica degli anni Settanta: John F. Kennedy non è stato assassinato ed è anzi sopravvissuto a diversi attentati fino a giungere a un terzo mandato, lo stato del Michigan è occupato da bande di motociclisti psicotici, la guerra del Vietnam non è mai finita e si trascina a oltranza, spogliata di ogni scopo e di tutti i significati geopolitici. Per contenere i disordini causati dal surplus di reduci traumatizzati, un'agenzia governativa ha sviluppato una tecnica che consente ai veterani di relegare i ricordi più orribili in un angolo inaccessibile della mente e un'intera parte del Michigan è stata dedicata alla riabilitazione e alla reintegrazione di questi soggetti. Quando la cura fallisce, però, i reduci diventano ancora più violenti. Means ci accompagna in un viaggio tra Americhe concentriche sempre più ipertrofiche, danneggiate e deliranti, dove la guerra non ha inizio né fine: semplicemente è, e forse, come la vita, esiste solo per generare traumi.
David Means, Hystopia, Minimum Fax 2017

Nove uomini, in diverse età della vita, dall'adolescenza alla vecchiaia. Un continente, l'Europa oggi - da Cipro alla Croazia, dalle Fiandre alla Svizzera -, fotografato in una luce cruda, quasi senza ombre. I nove fanno quasi tutte le cose che i maschi sono soliti fare: inseguono donne, le abbandonano, tentano un affare improbabile, cercano un luogo dove vivere un esilio decente, chiacchierano, sognano un'altra vita. E se a ogni capitolo tutto - protagonista, ambiente, atmosfera - cambia, fin dal primo stacco le nove storie sembrano una sola. All'inizio stentiamo a riconoscerlo, il paesaggio che David Szalay ci costringe a esplorare, finché, per ogni lettore in un punto diverso, ciò che abbiamo davanti si rivela per quel che è, in tutta la sua perturbante evidenza: il nostro tempo, quello che viviamo ogni giorno, in forma di romanzo.
David Szalay, Tutto quello che è un uomo, Adelphi 2017

Uscito nel 1964 e bandito per anni nel Regno Unito e in Italia con l'accusa di oscenità, diventato poi un libro (e un film) di culto, "Ultima uscita per Brooklyn" è un dirompente romanzo a episodi che racconta la vita violenta di una New York proletaria e marginale, fatta di case popolari, cantieri navali e bettole di quartiere. Nelle sue pagine, qui riproposte in una nuova traduzione italiana, si muovono teppisti e teddy boys da quattro soldi, operai in sciopero, prostitute e giovani travestiti sempre strafatti di benzedrina: volano coltelli e pugni e scorrono alcol e sangue, scoppiano risse in strada, scontri con la polizia, liti familiari che rimbombano fuori dalle finestre dei palazzi; ma c'è anche spazio per miracolosi attimi di felicità: la scatenata allegria di una festa di matrimonio in un bar, un'improbabile serata di poesia nel salottino di una drag queen, una notte d'amore fra un truffatore disperato e un marchettaro dei quartieri alti, la gioia di un ragazzino per la sua prima, sgangherata motocicletta. Lo sguardo di Selby non indietreggia di un millimetro di fronte alla brutalità, ma è anche carico di compassione e di tenerezza; la sua lingua, in cui l'immediatezza del parlato si accompagna a un ritmo dal virtuosismo jazzistico, redime l'oscurità senza speranza del mondo che descrive consegnandola alla grande letteratura. 
Hubert Selby Jr., Ultima uscita per Brooklyn, Big Sur 2017

Una crepa divide il mondo dei vivi da quello dei morti. Su questa crepa sorge Northampton. la città inglese che ha dato i natali ad Alan Moore. epicentro di questa monumentale opera polifonica. E qui che l'umanità abbraccia l'abisso, dando vita a storie che intrecciano le visioni di William Blake ai vortici di James Joyce, le nere periferie di Charles Dickens ai vuoti lunari di Samuel Beckett. Dal creatore di Watchmen e V per Vendetta, un romanzo che sfida i canoni della letteratura contemporanea.
Alan Moore, Jerusalem, Rizzoli Lizard 2017

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