2 marzo 2017

I nostri consigli - Non-fiction

Interrogando la storia dell'idea di esperienza da Talete alla filosofia contemporanea, come Andrea Tagliapietra fa in questo libro, è possibile imbattersi in una singolare scoperta, ovvero nel nesso fra l'esperienza e l'attenzione. I neuroscienziati, però, ci avvisano che la soglia d'attenzione dell'uomo - una manciata di secondi - è scesa, negli ultimi anni, pericolosamente al di sotto di quella del pesce rosso. Oggi l'intelligenza, dai test d'ingresso all'università alla velocità che chiediamo ai nostri computer, fino ai quiz televisivi e alle decisioni di manager e politici, si misura sulla rapidità della risposta, mentre chi esita fa la figura dello stupido, del "ritardato", di colui che va scartato e non è all'altezza. Eppure senza esitazione non c'è attenzione e, quindi, neppure quell'esperienza che ci consente di abitare il mondo e, in prospettiva, anche di potercene prendere finalmente cura.
Andrea Tagliapietra, Esperienza, Cortina 2017

E stato il caso a restituire te impronte di una vita da semimbecille, sperduta nelle pieghe di documenti negletti e polverosi e ormai risei nella forma archivio. A partire da questo caso, il volume prova a restituire la parola ad alcuni deviatiti di oggi. Come gli uomini infami d Foucault, anche le soggettività che parlano in questo libro sono r mente esistite o esistono ancora, con le loro vite oscure e sfortunate minuscole e silenziate, con la loro rabbia e la loro incerta follia. Maria, la semimbecille, è il caso infame del passato che, insieme ali storie scellerate del presente, consente di tracciare una topografia dell'inadeguato e una cartografia delle pratiche di governo della follia, delle strategie di costruzione della "désaffiliation" e dell'esclusione versi luoghi e tempi di produzione della disperazione sociale.
Stefania Ferraro, La semimbecille e altre storie, Meltemi 2017

Una flotta di aerei che raggiunge la stratosfera per formare un «velo» di solfati intorno al mondo e riflettere la luce del sole. Navi fabbrica-nubi che seminano nuclei di condensazione sopra gli oceani per ispessire e imbiancare le nuvole, rendendole più riflettenti. Fertilizzanti a base di ferro sparsi nei mari per rinfoltire la presenza di alghe avide di anidride carbonica. Speciali «lenzuola» plastiche che ricoprono i ghiacciai a rischio di scioglimento e i deserti troppo caldi. Tecniche per catturare l'anidride carbonica emessa dagli impianti a energia fossile e immagazzinarla sotto terra. E la geoingegneria climatica: non è fantascienza, ma una possibilità concreta. Che forse si rivelerà inevitabile. I rischi del cambiamento climatico sono accertati e potenzialmente catastrofici, ma gli sforzi per ridurre le emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera faticano a produrre risultati, o anche solo a essere avviati. La riconversione da un modello di sviluppo alimentato dai combustibili fossili a una società fondata sulle energie rinnovabili sta incontrando forti ostacoli politici, economici e tecnici: ecco perché bisogna rivolgersi alla geoingegneria, non come alternativa salvifica, ma come opzione complementare. In questo libro Oliver Morton, con sensibilità e appassionata competenza, esamina i pro e i contro, i dubbi e le certezze scientifiche, i dilemmi morali e sociali di tale opportunità. Intervenire in modo così deliberato e diretto sul clima globale è un'ipotesi che spaventa molti. Ma è da secoli che gli esseri umani interferiscono più o meno involontariamente con gli equilibri del pianeta che li ospita: le trasformazioni subite dai mari, dai venti, dai suoli, dai grandi cicli dell'azoto e del carbonio sono molto maggiori di quanto si pensi. E allora perché rinunciare al tentativo di sfruttare le grandi conquiste della scienza e della tecnologia per un'azione volontaria, volta a ristabilire un migliore equilibrio tra il mondo umano e il sistema Terra? "Il pianeta nuovo" non descrive un pianeta ideale, ma un futuro prossimo in cui l'ingegno umano sarà chiamato a prendersi cura del pianeta.
Oliver Morton, Il pianeta nuovo, Il Saggiatore 2017

L'arte in realtà non riguarda la bellezza, il gusto o il talento; l'arte non ha niente a che fare con il perfezionamento etico dell'uomo, non è una categoria universale dello spirito. L'arte è un raffinato strumento concettuale, messo a punto in un preciso momento storico dai gruppi sociali dominanti allo scopo di tutelare i propri interessi di classe. L'arte evolve adattandosi alle circostanze e si sostiene attraverso l'assimilazione dei fenomeni spontanei della "cultura" popolare. Lo sviluppo della musica jazz ne è un esempio recente: nato come libera espressione creativa degli oppressi, il jazz è stato quindi convertito in forma artistica dalla cultura degli oppressori, perdendo i suoi elementi radicali e contestatari. Pubblicato per la prima volta nel 1978 e finora inedito in Italia, "Arte: nemica del popolo" non è semplicemente la storia di un'idea, ma un'indagine sulle ambiguità e i pericoli dell'arte in quanto dispositivo ideologico con una funzione discriminatoria.
Roger L. Taylor, Arte: nemica del popolo, Castelvecchi 2017

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