22 gennaio 2016

I nostri consigli - Non-fiction

Come è accaduto per altri eventi storici, anche nel caso della Shoah l'industria culturale globale ha contribuito significativamente alla costruzione di molteplici immaginari collettivi, nei quali occupa ormai una posizione di assoluto rilievo, non solo per le innumerevoli opere letterarie, filmiche, teatrali che vi si ispirano, ma anche per la crescente attenzione rivolta ai musei e ai luoghi della memoria. Ciò ha prodotto due conseguenze: da un lato, lo sterminio degli ebrei è assurto a paradigma del "male assoluto", dall'altro rischia di trasformarsi sempre più in "merce di consumo", esposta a ricostruzioni di circostanza, ma anche a manipolazioni e negazioni. Il discorso pubblico sulla Shoah si confronta sempre più frequentemente con una cultura pop che metabolizza ogni contenuto, riproducendolo all'infinito ma anche svuotandolo di significato.
Francesca R. Recchia Luciani, Claudio Vercelli, Pop Shoah?, Il Melangolo 2016

C'è un luogo della basa Galilea, nell'odierno Israele, che ha forse visto il maggior numero di battaglie al mondo: è la valle di Jezreel, Esdraelon nella Bibbia. Su una collina, ai margini della fertile piana sottostante, sorge Megiddo, una delle città più antiche di cui si abbia notizia. Abitata fin dal 7000 a.C., a suo tempo fu una potente città-stato, situata strategicamente sul crocevia degli antichi sentieri che collegavano tra loro Mesopotamia, Egitto e Anatolia. Qui il faraone Pepi I combatté nel 2350 a.C. una delle prime battaglie di cui si abbia notizia storica; qui, quasi mille anni dopo, Thutmose III sconfisse i cananei, e cinque secoli dopo re Saul e suo figlio Gionata vennero uccisi dai filistei. Luogo strategico di un'eterna "periferia contesa", Megiddo vide passare le armate di tutti gli eserciti, dalle truppe romane di Vespasiano all'ondata irresistibile degli arabi, dai bizantini ai Crociati, dai Mamelucchi a Napoleone, per finire con gli inglesi del generale Alleby e gli israeliani della base aerea di Ramat David.
Eric H. Cline, Armageddon - La valle di tutte le battaglie, Bollati Boringhieri 2016

La marcia su Roma nell'ottobre 1922 rappresenta un vero e proprio spartiacque per le destre rivoluzionarie e conservatrici di tutta Europa. A partire da questo momento, infatti, il fascismo diviene un modello vincente: non una proposta teorica ma una nuova forma di governo, autoritaria e golpista. La crisi del regime liberale e l'avvio delle dittature in Italia, Spagna e Portogallo, esperienze considerate spesso come non confrontabili e non significative dell'Europa tra le due guerre, si rivelano in realtà paradigmatici di una crisi che negli anni Trenta si manifesterà nel continente con tutta la sua forza distruttiva.
Giulia Albanese, Dittature mediterranee, Editori Laterza 2016



Ivan IV (1530-1584) fu il primo governante ad assumere il titolo di Zar in Russia. Nonostante l'appellativo "il Terribile", durante il suo regno il sovrano beneficiò del rispetto e della fede incondizionata di gran parte della popolazione. Severo ma giusto, quando lo Zar diede vita alla sua campagna sanguinaria nei confronti dei Tartari e Boiardi il popolo si schierò tutto dalla sua parte, acclamandolo nella carneficina. Ivan incarnò pienamente l'ideale di forza bruta e di potenza materiale, un duplice postulato al quale i sudditi decisero di inchinarsi con devozione nel corso dei trentasette anni di comando. Attraverso una puntuale ricostruzione che separa storia da mito, Waliszewski ripercorre l'esistenza del primo zar, fondatore della potenza russa.
Casimiro Waliszewski, Ivan il Terribile Primo Zar russo, Res Gestae 2015

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